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Modelli dell'Ammiragliato: errori storici nei restauri

Nel 1716 il Navy Board dispose che ogni progetto di nuova nave o di riparazione rilevante fosse accompagnato da un modello in scala.

Modelli dell'Ammiragliato: errori storici nei restauri

L'imbroglio della materia: quando il restauro riscrive il documento

La prescrizione non aveva intento espositivo: imponeva un rapporto geometrico obbligato tra il modello e lo scafo reale, tale da consentire la verifica di insellatura, assetto del quartabuono, posizione dei bolzoni e distribuzione dei madieri prima ancora di mettere mano alla chiglia in cantiere. I modelli dell'Ammiragliato nati sotto quella norma erano costruiti con legno di bosso e legno da frutto per le strutture, ottone dorato per gli arredi, e finestre di coffa intagliate tamponate da lastrine sottili di mica trasparente. Questo lessico materico non è decorativo: è la grammatica del documento storico, e senza di essa il modello cessa di essere ciò che la norma del 1716 intendeva produrre.

A quasi tre secoli di distanza, la sola collezione dei Royal Museums Greenwich riunisce oltre 3.500 oggetti tra modelli admiraliziati, modelli da cantiere e modelli da presentazione. Su un patrimonio simile, ogni intervento di restauro si misura con una domanda secca: l'operazione conserva il documento, oppure lo sostituisce con una copia materialmente corretta ma storicamente muta?

L'obbligo del 1716: cosa prescriveva davvero il modello

La disposizione del Navy Board del 1716 non chiedeva un manufatto gradevole. Chiedeva un corpo tecnico capace di trasmettere, in scala, le quote che il disegno bidimensionale non poteva restituire. Ne discendevano tre conseguenze materiali ancora oggi determinanti per qualunque giudizio di restauro.

Primo: il legno. Il bosso (Buxus) e i legni da frutto vennero scelti per la loro stabilità dimensionale e la grana fine, adatta all'intaglio minuto di scalmotti, paranchetti e tacchi di bompresso. La loro resa dipende dall'umidità relativa, non da un ciclo di verniciatura moderna. Secondo: l'ottone dorato, impiegato per bitte, caviglie, cardini dei portelli e ornamenti di poppa. La doratura originale aveva uno spessore di pochi micron: lucidarla con pasta abrasiva equivale a cancellare le tracce della lavorazione manuale settecentesca. Terzo: la mica, usata per i vetri di finestre e di lanterne. Lastrine fragili, di spessore irregolare, montate su telai lignei con colla animale. La sostituzione con vetro crown o, peggio, con plexiglas, annulla la trasmissione luminosa tipica del documento.

Il bosso ha un coefficiente di ritiro definito. Sostituirlo con MDF non è restauro: è riscrittura del documento.

L'illusione del nuovo: le incompatibilità materiche più documentate

L'errore ricorrente non è la mano pesante del vandalo, ma la sovrapposizione tra l'idea di nuovo e l'idea di migliore. È il gesto tecnicamente motivato che finisce per alterare la struttura storica. La casistica museale degli ultimi decenni si lascia ricondurre a poche famiglie di interventi.

Materiale d'epocaSostituto modernoEffetto sulla lettura storica
Bosso (Buxus)Tiglio, MDF, compensatoCoefficienti di ritiro diversi, deformazione differenziale nel tempo
Ottone dorato originaleOttone cromato o lucidatoPerdita della patina e delle tracce di lavorazione manuale
Mica naturaleVetro crown, plexiglasRifrazione della luce e comportamento alla rottura incompatibili
Colla animale (colla di coniglio o di pesce)Colla vinilica, cianoacrilatoReversibilità azzerata, interventi futuri non più praticabili
Vernice a spirito originaleFondo poliuretanicoInglobamento della patina, opacizzazione irreversibile

Il dato che conta non è estetico. Ogni sostituzione sposta in avanti la datazione materica del manufatto e ne offusca la stratigrafia. Un modello restaurato con MDF e poliuretano, per quanto splendente, risponde alle domande del XXI secolo sulla carpenteria settecentesca con i materiali del XXI secolo. Il principio varrebbe per qualunque fonte primaria: si conserva il documento, non la sua copia leggibile.

Diagnostica non invasiva: endoscopia e tomografia nei musei navali

L'analisi interna di un modello dell'Ammiragliato presenta un vincolo geometrico preciso: la chiglia è spesso ostruita da paratie, controstampi e fasciame interno montato prima dell'apparato motore in scala. Smontare un simile manufatto equivale a distruggere il dato che si intende studiare. La soluzione adottata dai musei che hanno affrontato il problema negli ultimi anni è di natura medica, non navale: endoscopia rigida a 4 mm di diametro e scansioni TC (tomografia computerizzata) a fascio conico.

L'endoscopio medico consente l'ispezione dello spazio interposto tra fasciame esterno e controfasciame, l'esame delle connessioni di chiglia e paramezzale, e la verifica dello stato delle ordinate senza rimozione di alcun elemento. La scansione TC, applicata di norma a un sotto-campione selezionato della collezione per ragioni di costo e tempo macchina, produce una serie di sezioni assiali a risoluzione sub-millimetrica. Da queste sezioni si ricavano tre prodotti: una mappa interna degli elementi lignei, una localizzazione delle integrazioni precedenti (chiodi, stucchi, collanti moderni) e un modello 3D stampabile per studio.

Le tecniche non invasive non sostituiscono il restauro. Lo rendono superfluo dove basta leggere il documento.

Il punto critico è la scelta del campione: i musei che dispongono di una collezione ampia possono limitare la diagnostica radiologica ai modelli effettivamente compromessi, individuati per confronto con i rilievi metrici della collezione. La collezione dei Royal Museums Greenwich, con i suoi 3.500+ pezzi catalogati, offre la base statistica necessaria a questo tipo di selezione.

Protocolli di manutenzione: cosa si può fare, cosa si deve evitare

La manutenzione ordinaria dei modelli in legno d'epoca è una disciplina di esclusione più che di intervento. Cinque regole operative, ricavate dai protocolli museali correnti, riassumono ciò che la pratica ha consolidato:

1. Niente acqua corrente sul manufatto. L'acqua di rubinetto contiene calcare e cloro; in contatto con il legno di bosso e le colle animali innesca rigonfiamenti e distacchi. Si usa solo acqua distillata, applicata con pennello a setole morbide, in quantità minima, e si asciuga immediatamente.

2. Niente solventi aggressivi. acetone, alcol etilico denaturato e diluenti nitro attaccano le finiture a spirito e sciolgono le colle animali. Per lo sporco ostinato si impiegano cotton fioc inumiditi, mai imbevuti.

3. Niente lucidatura meccanica. La pasta abrasiva asporta la patina superficiale. La doratura originale, dove presente, va solo spolverata con pennello morbido a setole lunghe.

4. Niente esposizione a luce diretta. Raggi UV e illuminazione tungsteno accelerano l'ossidazione della mica e l'ingiallimento delle colle animali. L'illuminazione museale standard prevede fibre ottiche fredde o LED a bassa emissione UV, con livelli tra 50 e 150 lux per i materiali fotosensibili.

5. Controllo termoigrometrico costante. Il range raccomandato è 18-22 °C con umidità relativa tra 45% e 55%. Valori stabili, più che bassi, sono la vera difesa contro i movimenti del legno.

Un modello di alta qualità richiede tra 1.000 e 3.000 ore di lavoro di costruzione. Sottoporre un simile oggetto a cicli di pulizia incompatibili con i suoi materiali significa bruciare in pochi minuti un investimento costruttivo che ha richiesto anni.

Oltre l'estetica: il valore documentale del modello museale

La tentazione di trattare i modelli dell'Ammiragliato come oggetti da vetrina deriva dalla loro evidenza visiva. È una tentazione errata. Il modello admiraliziato è un documento tecnico in tre dimensioni, prodotto secondo una norma del 1716 e modificato, mantenuto o alterato lungo tutto il suo arco di vita. Ogni strato di vernice, ogni chiodo originale, ogni stuccatura settecentesca racconta una fase della vita del manufatto.

Da questo punto di vista, il modello museale vale più della sua silhouette. Vale per le quote che ancora emergono dal fasciame integro, per le tipologie di chiglia che la scansione TC permette di confrontare tra classe e classe, per le soluzioni di coperta che la semplice fotografia non restituisce. Le collezioni pubbliche — Greenwich in primo luogo, ma anche le raccolte statali italiane e i fondi storici di alcuni musei navali europei — non sono gallerie di sculture in miniatura: sono archivi della tecnica costruttiva navale.

Conclusione

Un modello dell'Ammiragliato restaurato male conserva ancora la propria forma, ma perde progressivamente il proprio contenuto. Ogni sostituzione di bosso con legno moderno, di mica con plexiglas, di colla animale con vinilica, sottrae al manufatto la capacità di rispondere a domande storiche precise su insellatura, armamenti, distribuzione dei ponti, finiture di poppa. La diagnostica non invasiva esiste, i protocolli di pulizia esistono, le competenze museali esistono. Il discipline tra conservazione e alterazione non è tecnico, ma metodologico: si misura nella scelta, prima di ogni intervento, tra mantenere il documento e produrne una versione riconoscibile ma muta.