Storia e Archeologia Navale

Santa Maria: era una caravella o una caracca?

Quando affrontiamo la ricostruzione della Santa Maria, l’errore più comune nasce spesso prima ancora di tracciare una linea sul compensato: la chiamiamo caravella.

Santa Maria: era una caravella o una caracca?

È una definizione entrata nell’uso comune, rafforzata dalle illustrazioni scolastiche e dalle immagini delle tre navi di Colombo rappresentate sempre insieme. Ma la Santa Maria non apparteneva alla stessa tipologia della Niña e della Pinta.

La nave ammiraglia del primo viaggio del 1492 era una nao, termine spagnolo e portoghese riconducibile a una grande nave d’alto bordo, affine alla caracca. Aveva uno scafo più voluminoso e pesante, una capacità di carico maggiore e una presenza sull’acqua molto diversa da quella delle due caravelle. Per noi modellisti, questa distinzione non è una sottigliezza terminologica: cambia la forma dello scafo, l’altezza delle sovrastrutture, la disposizione degli alberi e persino il modo in cui il modello deve appoggiarsi visivamente sulla linea di galleggiamento.

La domanda “caravella o caracca?” non si risolve quindi scegliendo una parola, ma osservando la materia della nave: il rapporto tra lunghezza e larghezza, il volume delle stive, la curvatura delle ordinate e il peso delle strutture sopra coperta.

La distinzione terminologica: perché la Santa Maria era una nao

Nel diario di bordo conservato nella copia di Bartolomeo de Las Casas, Colombo non definisce la Santa Maria una caravella. La indica come “la Capitana” oppure come “la Nao”, mentre usa esplicitamente il termine caravelle per la Niña e la Pinta.

Questo dettaglio documentario è il punto di partenza più solido. Non possediamo i disegni originali della Santa Maria, né un piano di costruzione tracciato dai maestri d’ascia che la realizzarono. Abbiamo però il linguaggio usato da chi navigava a bordo, e quel linguaggio distingue chiaramente la nave ammiraglia dalle altre due.

Nel Quattrocento e alla fine del secolo successivo, le denominazioni navali non funzionavano come una classificazione moderna, chiusa e perfettamente uniforme. Una stessa parola poteva assumere sfumature diverse secondo l’area geografica, il porto, la funzione della nave o la tradizione del cantiere. Per questo nao e caracca non devono essere trattate come categorie matematiche separate da un confine netto. La nao indica una nave di maggiori dimensioni e capacità, mentre “caracca” è il termine con cui spesso descriviamo, in modo più generale, le grandi navi mercantili e oceaniche dell’epoca.

La Santa Maria appartiene a questo mondo di scafi robusti e capienti. Non era progettata principalmente per la rapidità e la manovra costiera, caratteristiche associate alle caravelle, ma per portare uomini, viveri, attrezzature e merci durante una navigazione lunga e incerta.

Per il nostro lavoro al banco, la differenza può essere riassunta così:

ElementoCaravellaSanta Maria, nao affine alla caracca
Funzione prevalenteEsplorazione, ricognizione, navigazione agileTrasporto, comando e navigazione oceanica
ScafoPiù slanciato e relativamente leggeroPiù largo, profondo e voluminoso
Capacità di caricoInferioreSuperiore, con stive più ampie
SovrastruttureIn genere più contenuteCastelli più sviluppati, soprattutto a poppa
VelaturaSpesso latina, con varianti misteTre alberi, vele quadre su trinchetto e maestra, vela latina alla mezzana
Comportamento in acquaBuona agilità e risposta rapidaMaggiore inerzia, stabilità e capacità di carico
Rappresentazione modellisticaLinee più tese e leggereMasse più piene, poppa alta e volume evidente

Questa tabella non va usata come una gabbia. Le navi storiche non uscivano da una fabbrica con caratteristiche identiche e codificate. Ma ci aiuta a non costruire una Santa Maria con il corpo sottile di una caravella e le sovrastrutture di una grande nave mercantile: è una combinazione che può sembrare plausibile a colpo d’occhio, ma che tradisce la logica costruttiva dell’imbarcazione.

La Santa Maria non si riconosce dal nome scritto sul piano, ma dal volume dello scafo e dal modo in cui quel volume sostiene tutto ciò che sta sopra coperta.

Dalla Gallega all’ammiraglia di Colombo

Prima di diventare la nave capitana della spedizione, la Santa Maria aveva probabilmente un altro nome: La Gallega, cioè “la Galiziana”. L’appellativo è generalmente collegato alla sua costruzione in Galizia. La nave apparteneva al cartografo e navigatore Juan de la Cosa, che partecipò al viaggio del 1492.

Anche qui la storia ci consegna una traccia più che un fascicolo completo. Non conosciamo con certezza ogni passaggio della vita della nave, né possiamo ricostruire il suo scafo originale con la precisione riservata a un relitto ben documentato. Sappiamo però che Colombo la scelse come ammiraglia perché era una nave più grande e capace rispetto alle due caravelle che l’accompagnavano.

Nel modellismo questo passaggio è spesso trascurato. Si tende a considerare la Santa Maria soltanto come una delle “tre navi di Colombo”, quasi fosse una versione più grande della Niña o della Pinta. In realtà, proprio il confronto tra le tre imbarcazioni rende visibile la sua identità.

La Niña e la Pinta erano caravelle, con caratteristiche più adatte alla manovra e all’esplorazione. La Santa Maria aveva invece una struttura più impegnativa: un corpo largo, un’immersione maggiore e una parte alta dello scafo capace di accogliere una quantità più consistente di uomini e materiali. La differenza non riguarda soltanto i metri di lunghezza. È una differenza di proporzioni, e le proporzioni sono la prima cosa che l’occhio riconosce su un modello.

Le misure riportate nelle ricostruzioni indicano una lunghezza di coperta di circa 26,32 metri, con una chiglia di circa 18,5 metri, una larghezza intorno agli 8 metri e un dislocamento superiore alle 100 tonnellate, arrivando in alcune interpretazioni fino a circa 233 tonnellate. Sono valori da leggere con prudenza, perché derivano da ricostruzioni e non da una misurazione diretta della nave originale. Tuttavia, restituiscono bene l’ordine di grandezza: non una piccola nave da esplorazione, ma una piattaforma oceanica pesante e dotata di una notevole capacità di carico.

Quando trasferiamo queste proporzioni in scala, il rischio più frequente è assottigliare troppo le ordinate per rendere il modello più elegante. È un’abitudine comprensibile: un’asta più sottile sembra più raffinata, una murata più bassa appare più armoniosa, una poppa meno piena sembra più “veloce”. Ma la Santa Maria non deve essere resa elegante secondo il gusto moderno. Deve conservare la sua massa.

La venatura del legno ci aiuta a ricordarlo. Quando lavoriamo su un’ordinata o su un blocco di riempimento, il materiale oppone una resistenza diversa nelle zone più spesse e in quelle dove la fibra cambia direzione. Quel piccolo attrito sotto la lama è già una lezione di architettura navale: lo scafo non è una superficie decorativa, ma un volume che distribuisce spinte, carichi e torsioni.

Una nave mercantile adattata a una spedizione

La Santa Maria non nasce come una nave da guerra nel senso pieno del termine. Era una nave mercantile, adattata a una spedizione di esplorazione e comando. Questo chiarisce anche la presenza dell’armamento: le ricostruzioni riportano quattro bombarde da circa 90 millimetri e colubrine girevoli. Non si tratta della batteria continua di un grande vascello da combattimento di epoca successiva, ma di armi distribuite su una nave il cui compito principale restava il trasporto e la navigazione.

La stessa logica vale per le sovrastrutture. I castelli di prua e di poppa non sono aggiunte scenografiche da collocare alla fine, come se fossero semplici elementi ornamentali. Alzano il centro di gravità, aumentano la superficie esposta al vento e modificano la risposta dello scafo. Nel modello, se li costruiamo troppo alti o troppo massicci, la nave perde equilibrio visivo; se li abbassiamo eccessivamente, diventa una caravella travestita.

Per questo conviene lavorare dal generale al particolare:

1. Definiamo la forma complessiva dello scafo, senza lasciarci distrarre dal fasciame o dall’alberatura.

2. Controlliamo il rapporto tra larghezza e lunghezza, osservando il disegno in pianta e in vista laterale.

3. Ricostruiamo il volume della poppa, che nelle interpretazioni della Santa Maria deve sostenere una struttura alta e articolata.

4. Posizioniamo i castelli soltanto dopo aver verificato le linee d’acqua, perché la loro altezza dipende dall’assetto generale della nave.

5. Aggiungiamo alberi, pennoni e manovre senza usarli per correggere una silhouette già sbagliata.

È un ordine di lavoro meno spettacolare, ma ci evita di passare ore a rifinire corrimani e bozzelli su uno scafo che non ha ancora trovato la propria forma.

Il naufragio di Hispaniola e la nascita di La Navidad

La Santa Maria naufragò il 25 dicembre 1492, al largo di Hispaniola, l’isola oggi divisa tra Haiti e Repubblica Dominicana. L’incidente avvenne dopo che la nave si incagliò; secondo il racconto tradizionale, al timone si trovava un giovane mozzo a cui era stata affidata la conduzione mentre Colombo riposava.

Il naufragio è spesso raccontato come un episodio marginale rispetto all’arrivo nel Nuovo Mondo, ma per la storia della nave è decisivo. La Santa Maria non venne recuperata nella sua integrità. Dopo l’incaglio, parti della struttura furono smantellate e riutilizzate per costruire il forte La Navidad, il primo insediamento spagnolo nel Nuovo Mondo.

Questo significa che non possiamo aspettarci, dall’archeologia subacquea, una documentazione semplice e completa del relitto. I resti furono esposti alle condizioni ambientali, alle attività umane e alla trasformazione del sito. La posizione esatta del relitto non è stata stabilita con certezza, nonostante le ricerche e le identificazioni proposte nel tempo.

Per noi modellisti, l’assenza del relitto è una condizione concreta, non un dettaglio da relegare in fondo alla bibliografia. Se non abbiamo uno scafo conservato, non possiamo dedurre direttamente la forma delle ordinate, il profilo della chiglia o la sezione della poppa. Ogni piano ricostruttivo nasce quindi dall’incrocio di documenti, confronti tipologici e interpretazioni.

Qui bisogna accettare una piccola dose di umiltà manuale. Anche il modello costruito con il fasciame più regolare e la verniciatura più pulita non è “la” Santa Maria definitiva. È una ricostruzione fondata su una determinata lettura delle fonti. Il nostro compito non è nascondere questa incertezza sotto una finitura lucida, ma renderla coerente e leggibile.

Quando manca il relitto, la fedeltà non consiste nel fingere certezza: consiste nel dichiarare, con il modello, quale interpretazione abbiamo scelto.

La storia di La Navidad aiuta inoltre a capire il carattere pratico della nave. Il suo legname non fu trattato come una reliquia intoccabile. In una situazione di necessità, le parti dello scafo divennero materiale da costruzione. Anche questa è una chiave utile per leggere la marineria d’epoca: le navi erano strumenti complessi, ma restavano strumenti, sottoposti all’usura, alle riparazioni e al riuso.

Nel nostro laboratorio, possiamo tradurre questo principio evitando di sovraccaricare il modello con dettagli non documentati. Un fasciame troppo regolare, privo di qualunque differenza di tono o di risposta della superficie, racconta spesso una nave ideale, non una nave che ha attraversato un oceano. La porosità del legno, il mordente che penetra in modo diverso tra testa e fianco, una lieve variazione nella tonalità delle tavole possono dare profondità senza trasformare il modello in un oggetto artificialmente invecchiato.

Dalla ricostruzione del 1892 ai piani di Adametz

La prima grande ricostruzione ufficiale della Santa Maria come caracca fu promossa dal governo spagnolo nel 1890 e presentata nel 1892, in occasione del quadricentenario del viaggio di Colombo. Il progetto si basava sugli studi di Cesáreo Fernández Duro.

Quella ricostruzione ebbe un peso enorme nell’immaginario pubblico. Quando un modello viene riprodotto molte volte, la sua immagine tende a diventare familiare, e ciò che è familiare finisce per sembrare documentato. Ma una replica ufficiale non equivale alla nave originale. È una lettura storica costruita con le conoscenze, le convenzioni estetiche e le informazioni disponibili in quel momento.

Nel 1968 comparvero poi i celebri disegni di Heinrich Emil Adametz, pubblicati nel volume di Heinrich Winter Die Kolumbusschiffe von 1492. I piani di Adametz sono tra i riferimenti più utilizzati nel modellismo navale storico, proprio perché offrono una struttura grafica coerente: profili, viste, proporzioni e indicazioni utili a trasformare l’ipotesi storica in un oggetto costruibile.

Ma il fatto che un piano sia noto non significa che sia incontestabile. Nel tempo sono state proposte anche altre interpretazioni, legate a studiosi e progettisti come Pastor o Mondfeld. Le differenze possono riguardare la forma della poppa, l’altezza dei castelli, la posizione delle aperture, il rapporto tra alberatura e scafo, la dimensione del bompresso e l’assetto delle vele.

Per scegliere un piano, noi non dobbiamo cercare soltanto quello più bello da guardare. Dobbiamo capire quale tipo di ricostruzione stiamo acquistando o consultando.

Che cosa osservare prima di iniziare il modello

Una lettura attenta dei piani ricostruttivi parte da alcuni elementi molto concreti:

  • La vista in pianta deve mostrare uno scafo con sufficiente pienezza, soprattutto verso le sezioni centrali e nella zona poppiera.
  • Il profilo laterale deve mantenere un rapporto credibile tra chiglia, linea di galleggiamento e castelli.
  • Le ordinate devono restituire sezioni profonde, non soltanto una sagoma esterna elegante.
  • La poppa merita un controllo separato: una modifica di pochi millimetri in scala può cambiare completamente l’identità della nave.
  • L’alberatura deve essere proporzionata al volume dello scafo; alberi troppo sottili o troppo alti fanno apparire il modello instabile.
  • La velatura deve rispettare la combinazione storicamente attribuita alla nave, senza trasferire automaticamente la configurazione di una caravella.
  • Le fonti dichiarate dal piano aiutano a capire se ci troviamo davanti a una ricostruzione documentaria, a una replica funzionale o a un progetto didattico semplificato.

La forma dello scafo Santa Maria è il punto su cui vale la pena spendere più tempo. Le decorazioni, le armi e le manovre attirano l’occhio, ma non correggono una curvatura sbagliata. Se il fasciame presenta una torsione troppo brusca a prua, il problema non si risolve con una mano di colore. Bisogna tornare alle ordinate, controllare la rastrematura dei listelli e verificare dove la fibra sta cedendo.

Noi modellisti impariamo spesso attraverso questi errori. Un listello di noce può spezzarsi perché lo abbiamo piegato controvenatura, perché l’abbiamo assottigliato troppo o perché abbiamo concentrato il calore in un solo punto. Lo stesso principio vale per la ricostruzione storica: quando forziamo una fonte oltre la sua resistenza, la struttura si rompe. Meglio una linea dichiaratamente interpretativa ma coerente, che un dettaglio apparentemente preciso inserito senza sostegno.

Alberatura e velatura: il profilo che distingue la nave

La velatura attribuita alla Santa Maria comprendeva tre alberi. Il trinchetto e l’albero maestro portavano vele quadre, mentre la mezzana aveva una vela latina. A prua, sul bompresso, era presente una vela quadra di civada.

Questa configurazione è uno degli elementi più utili per distinguere la nave dalle caravelle, ma soltanto se la leggiamo insieme allo scafo. L’alberatura da sola può ingannare: nei disegni divulgativi, le vele vengono spesso ingrandite per rendere riconoscibile la nave, mentre i rapporti reali tra altezza degli alberi, larghezza dello scafo e superficie velica rimangono più difficili da valutare.

L’albero maestro è indicato in alcune ricostruzioni con un’altezza di circa 27,25 metri. Riportata in scala, questa misura deve dialogare con la larghezza della nave e con la massa dei castelli. Un albero molto alto inserito su uno scafo troppo stretto produce una silhouette da caravella o addirittura da nave moderna immaginaria. La Santa Maria, invece, deve conservare una certa gravità.

Quando montiamo l’alberatura, possiamo procedere con una verifica semplice ma efficace. Prima fissiamo provvisoriamente gli alberi senza incollare le manovre definitive. Poi osserviamo il modello da prua, da poppa e a tre quarti. Da prua, lo scafo deve restare leggibile sotto l’albero: se sparisce dietro una selva di aste e pennoni, probabilmente abbiamo sovradimensionato la parte alta. Da poppa, la mezzana e il castello devono creare un insieme compatto, non una torre isolata.

Anche la scelta del materiale incide. Un tondino troppo liscio e brillante sembra estraneo alla nave; uno con una venatura appena percepibile conserva invece una traccia di materia. Non serve esagerare con l’invecchiamento. La superficie deve restare controllata, perché la Santa Maria non è una nave fantasma né un relitto scenografico. Ma una tonalità uniforme e plastificata cancella la differenza tra legno strutturale, alberatura e fasciame.

Le manovre fisse, inoltre, non devono diventare fili neri applicati come decorazione grafica. La loro tensione deve sembrare plausibile. Un filo troppo teso deforma l’albero; uno troppo molle perde la logica del sostegno. Anche qui il tatto ci guida: il cordame deve avere una certa flessibilità, ma opporre abbastanza resistenza da mantenere una curva controllata.

Armamento e dettagli di coperta

Le quattro bombarde da circa 90 millimetri e le colubrine girevoli ricordate dalle ricostruzioni non devono essere trasformate in una batteria sproporzionata. Un errore frequente nei modelli destinati a un pubblico generico consiste nell’aumentare le dimensioni delle armi per renderle più visibili. Il risultato è una nave mercantile che sembra armata come un vascello di linea.

La presenza dell’armamento va letta nella sua funzione: difesa, intimidazione, protezione dell’equipaggio e della spedizione. Le armi occupavano spazio, richiedevano supporti e influivano sulla distribuzione dei pesi, ma non trasformavano la Santa Maria in una nave progettata esclusivamente per il combattimento.

Sulla coperta, ogni dettaglio deve restare subordinato alla struttura. Parapetti, bitte, argani, boccaporti e supporti dei pennoni devono seguire la logica degli spazi disponibili. Se li disponiamo prima di avere risolto il rapporto tra castello e ponte principale, finiamo per riempire il modello di elementi corretti singolarmente ma sbagliati nell’insieme.

Per questo conviene lasciare alcune parti soltanto abbozzate durante le prime fasi. Un blocco di legno non ancora rifinito può essere modificato; un dettaglio incollato e verniciato diventa psicologicamente difficile da rimuovere, anche quando capiamo che non funziona. La costruzione storica richiede una certa disponibilità a tornare indietro.

Come leggere la “differenza caracca caravella” nel modellismo

La differenza tra caracca e caravella non è una gara di definizioni. È un metodo per evitare che le immagini più note prendano il posto delle fonti. La Niña, la Pinta e la Santa Maria vengono spesso rappresentate come una famiglia omogenea, con variazioni di lunghezza e colore. In realtà, la loro parentela storica non cancella le differenze di progetto.

Una caravella appare generalmente più agile perché presenta un rapporto diverso tra lunghezza, larghezza e altezza. La nao ha un corpo più pieno, una maggiore capacità interna e strutture alte che modificano la sua risposta al vento. La distinzione si osserva anche nella sensazione che trasmette il modello: la caravella sembra pronta a cambiare direzione, la nao sembra portare con sé il proprio peso.

Naturalmente, questa impressione non deve sostituire la lettura dei piani. Serve piuttosto a controllare il risultato. Quando abbiamo terminato il primo fasciame, possiamo porci alcune domande operative:

1. La nave appare troppo stretta rispetto alla sua altezza?

Se sì, le ordinate potrebbero essere state rastremate eccessivamente oppure i castelli potrebbero essere stati costruiti fuori scala.

2. La poppa sostiene visivamente il volume della sovrastruttura?

Se la risposta è negativa, il modello rischia di avere una poppa da caravella con un castello da nao.

3. La prua conserva una curva continua?

Una piega brusca nei listelli o una ruota di prua troppo verticale possono alterare l’intera silhouette.

4. La linea di galleggiamento è coerente con il dislocamento ricostruito?

Una nave di oltre cento tonnellate non dovrebbe sembrare appoggiata appena sull’acqua.

5. L’alberatura è sostenuta dal corpo dello scafo?

Gli alberi devono sembrare piantati in una struttura capace di reggere la spinta del vento e il peso delle manovre.

6. I dettagli confermano la tipologia o la contraddicono?

Una velatura troppo latina, una poppa troppo bassa o un armamento eccessivo possono spostare il modello verso un’altra categoria.

Questi controlli non servono a giudicare il lavoro di chi comincia. Servono a proteggerci dalle correzioni tardive. Nel modellismo navale storico, l’errore più costoso non è una tavola leggermente fuori tono: è una proporzione sbagliata che scopriamo dopo aver montato il secondo fasciame, il ponte e tutta l’alberatura.

Una ricostruzione storica resta un’interpretazione

La domanda iniziale ha dunque una risposta netta: la Santa Maria non era una caravella come la Niña e la Pinta; era una nao, tipologia affine alla caracca. Ma la costruzione del modello non termina con questa classificazione. Anzi, da qui comincia la parte più delicata.

Non esiste un unico modello di ricostruzione universalmente accettato. I piani di Adametz sono un riferimento autorevole e molto diffuso, ma non cancellano le altre interpretazioni. La replica del 1892, i disegni pubblicati nel 1968 e le ricostruzioni moderne appartengono a momenti diversi della ricerca. Ognuna seleziona dati, confronti e ipotesi.

Quando lavoriamo sui piani ricostruttivi delle caravelle di Colombo e sui disegni storici della Santa Maria, dobbiamo quindi distinguere tre livelli:

  • Ciò che è documentato direttamente, come il modo in cui Colombo definisce la nave nel diario.
  • Ciò che è ricavato dal confronto con navi dello stesso periodo, comprese proporzioni, sistemi di armamento e configurazioni veliche.
  • Ciò che è una scelta progettuale del ricostruttore, necessaria per trasformare informazioni incomplete in un disegno utilizzabile.

Questa distinzione rende il lavoro più onesto e, paradossalmente, più libero. Non siamo costretti a difendere ogni dettaglio come se fosse certo. Possiamo scegliere un piano, seguirlo con rigore e annotare dove comincia l’interpretazione. È lo stesso atteggiamento con cui trattiamo il legno: ne conosciamo la direzione della fibra, ma sappiamo che ogni listello reagirà in modo leggermente diverso all’umidità, al calore e alla colla.

La ricostruzione migliore non è quella che aggiunge più decorazioni. È quella in cui ogni scelta, anche quando resta ipotetica, appartiene alla stessa nave.

Il consiglio finale dal banco di lavoro

Se stiamo costruendo la Santa Maria e ci accorgiamo che il modello assomiglia troppo a una caravella, non cominciamo dai dettagli. Torniamo allo scafo. Controlliamo la larghezza delle sezioni, il volume della poppa, l’altezza dei castelli e la linea di galleggiamento. Poi guardiamo l’alberatura e la velatura come conseguenza di quella struttura, non come elementi indipendenti.

La Santa Maria deve apparire pesante senza essere tozza, alta senza sembrare instabile, capace di portare il proprio carico e insieme vulnerabile alle condizioni del mare. È questa tensione, più della semplice etichetta “caracca”, a restituirne il carattere.

Noi modellisti lavoriamo con informazioni frammentarie, ma non con strumenti poveri. Abbiamo piani, confronti tipologici, documenti, fotografie delle repliche e soprattutto la possibilità di verificare ogni passaggio con gli occhi e con le mani. Usiamoli senza fretta. Prima la forma, poi la materia, infine il dettaglio.

Quando la venatura del fasciame segue una curva naturale, quando i castelli sembrano sostenuti dal corpo della nave e le vele trovano il loro peso nell’insieme, la ricostruzione smette di essere una semplice immagine della Santa Maria. Diventa una lettura concreta della nave che Colombo chiamava la Nao.

Domande frequenti

Perché la Santa Maria viene spesso confusa con una caravella?
L'errore nasce dall'uso comune e dalle illustrazioni scolastiche che rappresentano le tre navi di Colombo come un gruppo omogeneo, ignorando le differenze strutturali tra la nao e le caravelle.
Come distingueva Colombo la Santa Maria dalle altre navi?
Nel suo diario di bordo, Colombo definiva esplicitamente la Santa Maria come la Nao o la Capitana, distinguendola chiaramente dalle caravelle Niña e Pinta.
Quali sono le principali differenze costruttive tra la Santa Maria e una caravella?
La Santa Maria aveva uno scafo più largo, profondo e voluminoso, castelli più sviluppati e una capacità di carico superiore, mentre le caravelle erano progettate per essere più agili e slanciate.
Cosa accadde alla Santa Maria dopo il naufragio?
La nave naufragò il 25 dicembre 1492 al largo di Hispaniola e non fu recuperata; i suoi resti furono smantellati per costruire il forte La Navidad.
Quali piani di costruzione sono considerati affidabili per il modellismo?
I piani di Heinrich Emil Adametz, pubblicati nel 1968, sono tra i riferimenti più utilizzati nel modellismo navale storico per la loro coerenza grafica e strutturale.